Filtra una luce da queste persiane, scenografia avvolgente di Un tram che si chiama Desiderio, ora al Teatro Franco Parenti in una versione che chiede di evitare raffronti con altre più classiche: qui le due stanze non ci sono. Non c’è il letto e nemmeno le bottiglie. Anzi, non c’è niente tra queste persiane verdi. Ma c’è quella luce che illumina Blanche DuBois quando entra, abito chiaro e scarpe in mano: è quella luce che lei sta finalmente cercando quando arriva nella casa della sorella Stella.
Trova invece un microcosmo, con le persiane verdi che formano pareti e soffitto, e niente altro, secondo la scelta del regista Luigi Siracusa, dove, inevitabili, esplodono le tensioni e i sentimenti si rivelano in tutta la loro potenza. E’ un microcosmo da cui è difficile uscire per cercare delle soluzioni. Non sono previste: niente amica Eunice da cui rifugiarsi. Solo loro quattro, che il pubblico può spiare nel loro dibattersi.
Appare la fragilità di Blanche, poco psicotica, molto incapace di reagire alle tante difficoltà. Ha perso Belle Reve, la casa di famiglia pignorata dai creditori, e ha dovuto lasciare Laurel. Ma quello che trova a New Orleans, a casa della sorella Stella, non corrisponde alle sue speranze. Si sente tradita da Stella, poco disposta ad ascoltarla. Già l’aveva tradita l’amore, quando aveva scoperto che quel giovane poeta che aveva amato e sposato era gay. E, scoperto, si era ucciso. L’unico rifugio che ha trovato è una vita fasulla, risultato di fantasie. Ben presto smascherata. Proprio da quel Stanley Kowalski, origini polacche, marito di Stella, violento, volgare, scimmione secondo definizione di Blanche. Per lui la verità non può essere “violentata”.
Solo apparentemente diverso da Stanley Kowalski è l’amico Mitch, aspirante macho sulle orme dell’amico, come subito si rivela quando arriva in scena. Ascolta le rivelazioni dell’amico sul passato di Blanche e la accusa di aver detto tante bugie. Con una espressione e un aggettivo che ne svelano conformismi e incapacità di giudizi personali dice «Non sei abbastanza pura per entrare in casa di mia madre», distruggendo ogni speranza di futuro intravisto da Blanche. E, quando si sente autorizzato a violentarla, Blanche urla «al fuoco» e lui scappa.
Alla fine per Blanche di tutte le sue illusioni e speranze di una nuova vita rimane solo il ricordo di quel tram che si chiama Desiderio, e poi che si chiama Cimitero, che l’avrebbero portata ai Campi Elisi.
Tennessee Williams aveva ambientato il suo dramma nella New Orleans degli anni ’40, quando quel tram che si chiama Desiderio era ancora in funzione (lo fu dal 1920 al 1948). Luigi Siracusa, guardando a temi sempre attuali, con la sua regia sfuma quella datazione, accentua la carnalità, contrappone speranze e realtà. Una bella scelta, sicuramente interessante e non convenzionale, che induce il pubblico a trarre delle conclusioni con gli occhi di oggi.
Sara Bertelà disegna (senza lasciare dubbi) la fragilità di Blanche, conscia dei suoi errori, frutto di scelte sbagliate, non di alcolismo o ninfomania. Abbraccia Stella, ma lei si sottrae e aggiunge «Non ho mai avuto la tua energia». E’ la Stella di Silvia Giulia Mendola, che ben fa comprendere come lei ha fatto delle scelte precise che non rinnega, nemmeno di fronte ai giudizi della sorella. Blanche dice che Stanley Kowalski ha qualcosa dello scimmione, ma a lei va bene così, pronta a non sottrarsi mai al marito.
E’ Stanley Kowalski, che Stefano Annoni, impareggiabile, tratteggia splendidamente con tante sfumature: carnale, violento, volgare, sempre pronto a dare concretezza a voglie e desideri nei confronti di Stella, con gesti inequivocabili. Ma anche perfido con Blanche, deciso a metterla sempre in difficoltà e alla fine esaltare i pregiudizi, inchiodandola a un futuro senza prospettive di cambiamento. Niente seconda possibilità per lui. Maschilista con le donne, sia pure in modi diversi con Blanche e con Stella, e compagnone con Mitch, a cui ben Pietro Micci dà quella triste incapacità di giudizi autonomi.
Ben corrispondono alla regia i costumi, ugualmente curati da Luigi Siracusa. Collaborano a raccontare i quattro protagonisti, con Blanche, abito chiaro, quasi pallido rosa, in cerca di un futuro, tra riscatto e seconda possibilità. Completo grigio per Mitch, incapace di sottrarsi ai pregiudizi e rifiutarli. Stella in completo verde chiaro, che sembra annullarsi nel verde delle persiane formato scenografia, come sembra poco interessata a un diverso futuro per Blanche. Infine sono gli atteggiamenti e quell’asciugare il sudore sollevando la maglietta che dicono tutto l’egocentrismo di Stanley Kowalski, convinto di essere il centro del mondo. Il suo è un mondo in cui dominano maschilismo, pregiudizi, disinteresse per gli altri, superficialità. Il pubblico spia questo mondo che va in scena e alla fine giudica.
A sostenere tutto il racconto sono i quatto attori – Sara Bertelà, Stefano Annoni, Silvia Giulia Mendola, Pietro Micci – perfetti nei loro ruoli, che il pubblico del Teatro Franco Parenti ha potuto recentemente vedere in altre pièce.
(Nella foto, Sara Bertelà, nel ruolo di Blanche DuBois, davanti alle persiane, scenografia di Un tram che si chiama Desiderio, secondo la regia di Luigi Siracusa)
Un tram che si chiama Desiderio
di Tennessee Williams
traduzione Paolo Bertinetti
regia, scene e costumi Luigi Siracusa
con Sara Bertelà (Blanche DuBois) e con Stefano Annoni (Stanley Kowalski), Silvia Giulia Mendola (Stella), Pietro Micci (Mitch)
luci Pasquale Mari; musiche Laurence Mazzoni; assistente alla regia Diletta Ferruzzi; direttore dell’allestimento Marco Pirola; elettricista Domenico Ferrari; fonico Francesco Tamborino Frisari; sarta Alessia Di Meo
scene costruite presso il laboratorio del Teatro Franco Parenti; costumi realizzati dalla sartoria del Teatro Franco Parenti diretta da Simona Dondoni
produzione Teatro Franco Parenti
Spettacolo selezionato da NEXT- Laboratorio delle Idee
A Milano, Teatro Franco Parenti, Sala Blu, dall’11 novembre al 7 dicembre 2025






