In un labirinto è facile perdersi. A volte è un labirinto fatto di siepi verdi, altre volte riguarda la mente. Con la pièce di Chiara Arrigoni le situazioni si incrociano, raccontate con più capitoli che ci portano ai giorni attuali. Le scritte sul fondo della scena si leggono in alternanza a flashback, intervallati dal racconto di disastrosi pranzi di famiglia il giorno di Natale, preceduti da un prologo. Sul palco, a dar vita a questo drammatico racconto, sono Gaetano Callegaro (Dario) e Arturo di Tullio (Ettore).
Labirinto, ora a Milano alla Cavallerizza MTM, è la storia di due fratelli e di un ragazzo, figlio di Ettore, amato nipote di Dario. All’inizio è un colpo di fortuna di Ettore: grazie a un biglietto della lotteria vincente, a diciott’anni può acquistare il negozio di rigattiere dove lavora. Ne fa un prestigioso laboratorio di ristrutturazioni, con aiutanti e commissioni importanti. Una di queste riguarda la realizzazione di un labirinto all’interno di un grande giardino di una coppia molto ricca. Clienti esigenti, lavoro ben pagato: 50.000 euro. Per realizzarlo coinvolge il fratello Dario, garden designer, con cui però non ha rapporti da 10 anni.
Che cosa è successo tra i due? Di che cosa Ettore incolpa il fratello? Che rapporti hanno entrambi con il figlio di Ettore, che a poco a poco si intuisce abbia seri problemi mentali? Si chiama schizofrenia. Meglio: si chiama «psicosi paranoide allucinatoria» preferisce dire Dario. Ma di questo Ettore non vuole parlare: per lui il problema del figlio è legato al naso storto, che caratterizza un po’ tutta la sua famiglia.
La mente del figlio di Ettore ha abitanti misteriosi, che formano un labirinto capace di imprigionare. In parallelo a questo mistero, per nulla tangibile, un altro labirinto prende vita sulla scena. È quello disegnato da Dario in una mappa, che diventerà poi siepi verdi in cui perdersi e che i committenti vogliono ancora più intricato, in cui i bambini potranno giocare a perdersi. Ma è anche quello con tubi a sezione quadrata che Ettore incastra sulla scena, realizzando un altro tipo di labirinto, questo ben evidente, da cui è difficile, ma forse è possibile uscire.
La storia evocata, lasciata più intuire che descritta, diventa invece in parallelo una struttura ben visibile, che si costruisce davanti agli spettatori. Perché si può cercare di immaginare che cosa significhi vivere, quando la mente costruisce dei mondi in cui ci si può solo perdere, ma l’immaginazione non è in grado di definire chiaramente l’evento, dandogli dei contorni comprensibili.
Gaetano Callegaro e Arturo di Tullio riescono bene a far immaginare i misteri della mente umana. Contemporaneamente Arturo di Tullio costruisce sulla scena una struttura molto articolata. È una bella scelta registica, con cui Alberto Oliva riesce ottimamente a evocare un labirinto ben più inquietante, difficile da decifrare.
La pièce è la versione teatrale che Chiara Arrigoni ha scritto ispirandosi al libro “Al buio è tutto più chiaro” di Elo, con cui racconta la storia vissuta con suo figlio. È un libro che negli anni ha conquistato i lettori. Uno tra loro ha scritto «Una descrizione deliziosa, profonda e intensa, ma allo stesso tempo piacevole e leggera, di un rapporto padre-figlio, pieno di tanto amore, pur nella drammaticità della situazione e nella oggettiva difficoltà della relazione».
(Nella foto di Valerio Iglio i protagonisti di Labirinto, Gaetano Callegaro e Arturo di Tullio alla Cavallerizza MTM)
Labirinto
due padri, un figlio
di Chiara Arrigoni
dal romanzo di Elo “Al buio è tutto più chiaro”
con Gaetano Callegaro e Arturo di Tullio
progetto e regia Alberto Oliva
scene Giulio Pace; disegno luci Fulvio Melli; assistente alla regia Alice Guaglianone; assistente alla regia stagista Barbara Palumbo; staff tecnico Stefano Lattanzio
responsabile di produzione Susanna Russo
produzione Manifatture Teatrali Milanesi
a Milano, MTM La Cavallerizza, dal 5 al 10 maggio 2026






