Ritorno a casa di Pinter al Piccolo Teatro Grassi foto di Claudia Pajewski

Ritorno a casa visto al Piccolo Teatro Grassi

La scena è di sicuro effetto teatrale, ma inquietante: la si scopre all’apertura di sipario di Ritorno a casa di Pinter al Piccolo Teatro Grassi. Vi domina la testa impagliata di un animale: è un bue. Niente borghesia inglese dedita alla caccia. Siamo a Londra e questa è la casa di Max, macellaio in pensione con figli e fratello conviventi. Pareti rosse a fiori che possono far pensare al sangue dominano in questa casa cupa, da cui traspare la presunzione di eleganza, mal riposta. Ben a tema, il dialogo tra Max e i figli non lascia dubbi: volgari, falliti, con aspirazioni modeste, marcatamente maschilisti.

Max era un abituale frequentatore dell’ippodromo. Non sbagliava mai un cavallo su cui puntare: lo fissava negli occhi. Meno strategia nel puntare i cavalli la vanta il figlio Lenny, convinto che le donne vadano trattate con violenza. Almeno con forza. È quella stessa forza che l’altro figlio Joey riversa nella boxe, pur senza successi sportivi. Nella stessa casa vive anche Sam, mal sopportato dal fratello Max, che, dopo un passato di tassista, ora guida auto private.

In questo mondo maschile arriva un elemento detonatore. Il figlio Teddy, professore di filosofia negli Stati Uniti, torna nella casa di famiglia per un breve viaggio in Europa (Venezia compresa, ovvio), accompagnato dalla moglie Ruth. E’ un arrivo accolto in modo per nulla festoso. Max subito la chiama sgualdrina, salvo poi ricredersi davanti alle spiegazioni di Teddy e alla notizia dei tre figli. Ma Ruth è decisa a scuotere quel clima soffocante. Ha bisogno di una boccata d’aria, dice, annunciando la sua uscita notturna e non rifiuta le avances spinte di Lenny e Joey, davanti a Teddy per nulla scosso.

È la prima donna che arriva in quella casa dopo la moglie di Max, morta da vari anni, ora accompagnata da ricordi a volte negativi altre volte più benevoli, fino a dire «Mia moglie era il pilastro della famiglia». In questa famiglia i giudizi sulle donne non prevedono alternative: sono madri o sgualdrine. E Ruth? Che cosa succede – niente anticipazioni per chi non conosce la pièce – è quanto si scopre alla fine di Ritorno a casa, feroce critica nei confronti di una famiglia patriarcale, che davanti all’arrivo di una donna, anche se di famiglia, sa solo farla rientrare nei propri schemi. Ed è una mentalità a cui non riesce a sottrarsi nemmeno il figlio Teddy: allontanarsi, cambiare continente, non è stato sufficiente. Per lui, docente di filosofia all’Università, non lo è stato nemmeno la cultura.

Dalle parole può nascere rivalsa, trasparire debolezza e fragilità imprevista. L’humor inglese ben traspare grazie all’incontro tra la traduzione di Alessandra Serra e la regia di Massimo Popolizio, attento a ritmi, pause, irrisione di questi personaggi e relativa mentalità. Ed è una irrisione che porta a riderne anche gli spettatori, toccati dalla tossicità di questo clima, ben tratteggiata grazie a più elementi. In una scenografia decisamente cupa con più complementi d’arredo, ben lontana da quel minimalismo, in altri casi caro a Pinter, si muovono tutti i personaggi ottimamente caratterizzati da un cast ad alto livello.

Massimo Popolizio, tra perfette pause e frequenti cambi di tono, dà vita a Max, che risplende in tutta la sua volgarità e incapacità di uscire da una mentalità gretta e maschilista. Che anzi ha contagiato figli e fratello. Christian La Rosa (Lenny), Alberto Onofrietti (Joey) sono i due figli disadattati. Fin dalla prima scena Christian La Rosa fa ben capire chi è Lenny: volgare, violento per nulla pentito, deciso però a scommettere sui cavalli. Alberto Onofrietti è Joey, pugile sempre in allenamento, ma mai sul ring, dalla fragilità poco nascosta. Paolo Musio lascia presto scoprire chi è Sam: succube del fratello capofamiglia, autoconvinto di essere molto stimato nel suo lavoro alla guida di auto private, ma capace alla fine con poche parole di sferrare un colpo che va doppiamente a segno.

Eros Pascale è il figlio maggiore Teddy, apparentemente estraneo in quella casa, ma ugualmente succube, incapace di pensiero autonomo, meno ancora di farsi valere: «Credo sia meglio tornare a casa». «Perché?» risponde Ruth.

Giorgia Salari è Ruth, l’unica che sembrerebbe volersi opporre a questa mentalità e anzi deriderla, però alla fine ugualmente assoggettata (oppure no, come crede Max?). Perché si può pensare di poter cambiare le situazioni dall’interno: si riesce e a che prezzo o si finisce con l’essere cambiati? Così, a sessant’anni dal debutto, la pièce, pur portando tutto all’estremo, racconta una situazione con risvolti ancora attuali. Sicuramente in grado di porre interrogativi e alla fine dividere il pubblico.

A corollario dello spettacolo al Chiostro Nina Vinchi sono previsti incontri su Pinter e il suo teatro (venerdì 13 febbraio, ore 17.30) e un dialogo tra Massimo Popolizio e Oliviero Ponte di Pino (mercoledì 25 febbraio, ore 18).

(Nella foto di Claudia Pajewski una scena di Ritorno a casa di Pinter ora a Milano al Piccolo Teatro Grassi)

Ritorno a casa

di Harold Pinter
traduzione Alessandra Serra
regia Massimo Popolizio
con Massimo Popolizio (Max)

e con (in ordine alfabetico) Christian La Rosa (Lenny), Paolo Musio (Sam), Alberto Onofrietti (Joey), Eros Pascale (Teddy), Giorgia Salari (Ruth).

Scene Maurizio Balò; costumi Gianluca Sbicca e Antonio Marras; luci Luigi Biondi; suono Alessandro Saviozzi.
Produzione Compagnia Umberto Orsini, Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, in collaborazione con AMAT Associazione Marchigiana Attività Teatrali e Comune di Fabriano

Durata: un’ora e 40 minuti senza intervallo.

A Milano, Piccolo Teatro Grassi (via Rovello 2 – M1 Cordusio), dal 10 febbraio al 1° marzo 2026 (martedì, giovedì e sabato ore 19.30; mercoledì e venerdì ore 20.30; domenica ore 16). La replica di domenica 15 febbraio è arricchita da un touch tour dedicato al pubblico cieco e ipovedente, alla scoperta dei costumi e degli elementi scenografici. E’ seguito dall’audiodescrizione dello spettacolo trasmessa in cuffia. L’audiodescrizione è realizzata grazie alla collaborazione con Centro Diego Fabbri ETS di Forlì, nell’ambito del Progetto Teatro No Limits.

Prezzi: platea 40 euro, balconata 32 euro