All’inizio è quel cantare che Tennessee Williams indica nella didascalia iniziale di La gatta sul tetto che scotta. È una bambina che canta seduta sul proscenio. Ma, rispetto alla didascalia di Tennessee Williams, quando si apre il sipario del Teatro Franco Parenti, la scena studiata dal regista Leonardo Lidi appare molto più spoglia. Claustrofobica. Con pareti di marmo, che potrebbero evocare una sala da bagno, luogo dove più si è in contatto con se stessi, dove le ipocrisie cadono mentre si sta spogliati. Ed è proprio mezzo nudo uno dei personaggi che primi appaiono in scena.
Skipper si aggira in questo spazio come presenza inquietante. È l’amico di Brick ed è morto. Lo affianca quando Brick, con vistoso gesso alla gamba, è sotto una immaginaria doccia. Il loro è un rapporto intenso, più importante che con la moglie Maggie. Che su di lui riversa parole senza sosta. Parla di una macchia (invisibile) sul vestito, causa Saint Honoré rovesciatale addosso da uno dei cinque «mostri senza collo». Sono le prime parole che subito tracciano il rapporto con i cognati Mae e Gooper, genitori dei cinque «senza collo». Sono piombati a casa del padre, malato terminale inconsapevole, decisi a prendersi l’eredità. Che è consistente, perché il padre, partendo dal nulla, è diventato un grosso proprietario terriero. Un testamento non lo ha fatto, sicuro di avere davanti a sé ancora molti anni e tutti lo assecondano. Moglie compresa, che parla di spasmi al colon.
È una storia di ipocrisia da cui nessuno è esente, come una danza a ritmo velocissimo, che tocca tutti. Tocca anche Tennessee Williams, che, rifiutando la versione troppo glamour portata al cinema da Paul Newman e Liz Taylor, decisamente succube del Codice Hays, ne aveva scritto una seconda.
Questa seconda versione, qui seguita, è più cruda, ma ancora si limita a lasciar solo intuire, e rifiutare a parole, il rapporto omosessuale tra Skipper e Brick. Lui parla di amicizia, seppure molto stretta e lo ribadisce anche al padre, che pure forse sarebbe disposto ad accettarlo. Certo il dolore di Brick per la morte di Skipper è molto forte. Non lascia scampo: unico rifugio il bere e le bottiglie in scena si accumulano. Anche oggi che Skipper è morto il rapporto con lui è molto più importante di quello che ha con la moglie. Per Brick Maggie poco conta, ma tanto è doloroso per lei. Conscia di non poter avere figli, causa assenza di rapporti con Brick, è come una gatta sul tetto che scotta, per nulla però disposta a lasciarsi scottare. Unica soluzione che vede: un annuncio destinato a cambiare tutto. Cambierà davvero tutto? Potrà cambiare?
A questa ipocrisia dominante si contrappongono vari elementi che dovrebbero mettere i vari personaggi davanti alla realtà. Smascherarli. È Skipper più che mai presente: aleggia tra loro, si guarda con Brick ripetutamente. È quello specchio, immaginario per Tennessee Williams come strumento in cui Maggie si guarda, e qui invece molto presente. Presenti sempre più numerose sono le bottiglie, in cui Brick trova rifugio lontano dalla realtà. Lo è il temporale che sveglia il padre facendogli dire «Di che temporale parli? Di quello che s’è scatenato fuori o di quello che s’è scatenato dentro?» e addirittura in scena diventa vento che arriva in platea. Simbolo di quella realtà, con cui i figli informano la madre sul grave stato di salute del padre.
Tutto questo non basta a smascherare davvero l’ipocrisia generale, che, giocando sull’origine greca del termine, diventa tangibile attraverso una recitazione forzata, a ritmo forsennato che non concede esitazioni. Resta da capire se tutto questo è più vicino a un bel esercizio di stile o tocca veramente lo spettatore, guidandolo a meglio entrare nello spirito della pièce.
Ad aprire lo spettacolo cantando è Greta Petronillo, la piccola «senza collo», figlia di Gooper e Mae, rispettivamente Giordano Agrusta, fratello di Brick e Giuliana Vigogna, sua moglie, cognati di Margaret, detta Maggie, interpretata da Valentina Picello. E’ lei la gatta sul tetto che scotta, sposata con Brick (Fausto Cabra), che ha però un legame molto più forte e importante con Skipper. Lo porta in scena Riccardo Micheletti, ben aggirandosi mezzo nudo in questo spazio claustrofobico. Per poi, indossato un passamontagna nero che avvolge tutta la testa, diventare il medico che porta i risultati delle analisi. Infauste. Con un abitino striminzito, ma coloratissimo e paillettato è la madre dei due fratelli, Orietta Notari, ben poco sopportata dal marito, il padre di famiglia Nicola Pannelli. Messo all’angolo appare invece il reverendo: tutto in nero è Nicolò Tomassini.
Con La gatta sul tetto che scotta è in scena un cast numeroso, dunque, con tanti attori amati dal pubblico, che ne potrà rivedere alcuni in spettacoli prossimamente in cartellone al Teatro Franco Parenti. Come potrà vedere un nuovo spettacolo con la regia di Leonardo Lidi.
(Nella foto di Luigi De Palma i protagonisti di La gatta sul tetto che scotta, Valentina Picello e Fausto Cabra, con la regia di Leonardo Lidi)
La gatta sul tetto che scotta
di Tennessee Williams
traduzione Monica Capuani
regia Leonardo Lidi
con Valentina Picello (Margaret), Fausto Cabra (Brick), Orietta Notari (Mamma madre di Brick e Gooper), Nicola Pannelli (Papà padre di Brick e Gooper), Giuliana Vigogna (Mae moglie di Gooper), Giordano Agrusta (Gooper fratello di Brick), Riccardo Micheletti (Skipper), Greta Petronillo (bambina), Nicolò Tomassini (reverendo).
Scene e luci Nicolas Bovey; costumi Aurora Damanti; suono Claudio Tortorici; assistente regia Alba Porto
produzione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale / Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale
La gatta sul tetto che scotta viene presentato per gentile concessione di University of the South, Sewanee, Tennessee.
Durata 110 minuti in Sala Grande
A Milano, Teatro Franco Parenti, dal 10 al 15 febbraio 2026 (domenica 15 febbraio ore 16.15)






