Lei è Paulina Salas Escobar: racconta, si racconta in La morte e la fanciulla, andato in scena al Teatro Filodrammatici a Milano. Parlando in terza persona porta il pubblico in un Paese sudamericano da poco uscito dalla dittatura. Forse è il Cile, oppresso dalla dittatura di Pinochet dal 1973 al 1990. Che è anche il Paese da cui l’autore Ariel Dorfman era fuggito la notte del colpo di Stato di Pinochet.
Il marito Gerardo Escobar è appena stato chiamato a presiedere la commissione incaricata di indagare sui crimini della dittatura. Tornando a casa con l’auto fora, viene aiutato e riaccompagnato a casa dal dottor Roberto Miranda, come si presenta quando, tornato in un secondo momento suona alla porta. Paulina ne sente la voce ed è certa di averlo riconosciuto: è il medico che dopo le torture l’aveva violentata più volte con il sottofondo della musica di Schubert La morte e la fanciulla. Quando trova la cassetta in auto non ha più dubbi. E’ quella voce, quel criminale.
Paulina è convinta che la vendetta è l’unico perdono possibile. E’ anche l’unica giustizia possibile?
Tra drammatici racconti di torture subite e corde con cui Paulina lega Roberto Miranda in nome di una giustizia fai da te la pièce di Ariel Dorfman affronta più temi. Fa rivivere il clima della dittatura – cilena, sudamericana, ma anche oltre quel continente, oltre quel tempo -, parlando di torture e violenze. Ma anche commentando che ora, in tempo di democrazia, si può suonare a una porta di sera senza che sia un preavviso di morte. Si parla di giustizia, ancora collusa con il passato, perché la commissione di Gerardo Escobar indagherà sui crimini, ma senza fare nomi e si indagherà solo sulle morti accertate.
Paulina non può dimenticare né perdonare, ma tra giustizia e vendetta ci deve essere una distanza. Ma che giustizia sia davvero. La recitazione vibrante, la scenografia scarna, la regia di Elena Bucci, che asciuga il testo, portandolo dai tre atti originali a un atto solo, meno insistito su bavagli e corde nei confronti di Miranda, concentra l’attenzione sul dramma che è stato, che è una dittatura, sulle conseguenze e gli interrogativi di valore universale. Ma alla fine, qualche mese dopo, il racconto, diventato in terza persona, ha connotanti davvero inquietanti. E forse non è solo il risultato della immaginazione di Paulina.
(Nella foto di Gianni Zampaglione, una scena da La morte e la fanciulla)
La morte e la fanciulla
di Ariel Dorfman
regia Elena Bucci
con la collaborazione di Marco Sgrosso
traduzione Alessandra Serra
progetto Elena Bucci e Marco Sgrosso
con Elena Bucci, Marco Sgrosso e Gaetano Colella
luci Loredana Oddone; drammaturgia del suono Raffaele Bassetti/Franco Naddei; assistenza all’allestimento Nicoletta Fabbri; costumi Nomadea; collaborazione ai costumi Marta Benini
produzione Centro Teatrale Bresciano in collaborazione con Le belle bandiere
A Milano, Teatro Filodrammatici, dal 29 gennaio al 1° febbraio 2026






