Aurelio Amendola racconta Foto di Valeria Prina

Aurelio Amendola racconta la sua mostra

Ho girato la mostra di Aurelio Amendola guidata dalle sue parole. Una gran bella esperienza vissuta insieme ad altri, a pochi giorni dalla chiusura della mostra a Palazzo Reale. Aurelio Amendola racconta che gli piace far scoprire alla gente ciò che normalmente non può vedere. Così lui si mette in un angolo, in silenzio e fotografa. Racconta il suo incontro con tre grandi pittori, protagonisti delle prime sale della mostra. Hermann Nitsch lo ha incontrato nel castello di Prinzendorf nel 2012. La sala era inquietante, tutta bianca: bianche erano le tele a terra. Su queste lo ha visto buttare il sangue, sangue di bue, che poi ripassava con pennello e mani. Lo ricorda nella prima sala della mostra, davanti alle foto con cui ha lasciato scoprire il modo di dipingere dell’artista scomparso nel 2022 a 84 anni.

Alberto Burri al primo incontro gli ha anticipato che tra qualche giorno avrebbe iniziato a «fare la combustione», aggiungendo che una volta iniziato è impossibile smettere.

Lo ha fotografato illuminato da dietro e quella che si vede in mostra è una sequenza con Burri incorniciato con la fiamma. Quelle foto hanno rappresentato l’inizio di un lungo rapporto, con partite viste insieme allo stadio e tanti racconti. «Spero di non averlo tradito» aggiunge.

Di Emilio Vedova racconta le grandi sciabolate di colore. In una foto lo si vede su un piedistallo sporco di colore: voleva andarsi a pulire, ma così era perfetto per essere fotografato.

Racconta il piacere di lavorare in camera oscura, perché Aurelio Amendola lavora con pellicola e il momento successivo allo scatto è per lui la parte più bella della fotografia: la vive come un pittore con il pennello. Con banco ottico sono state realizzate nel 2009 anche le foto con cui ha raccontato il Duomo di Milano come una scultura. 

Sono proprio alcune famose sculture le protagoniste delle sale successive nella mostra a Palazzo Reale. Di Canova lo ha subito colpito la sensualità: ora è l’aspetto che emerge dalle foto con soggetto Amore e Psiche. «Fai parlare le sculture» gli aveva detto Marino Marini. Di queste parole Aurelio Amendola racconta di aver fatto tesoro: con lui la luce dà vita alle sculture.

Proprio lo scultore è il lato artistico che più ama di Michelangelo. Racconta che per fotografare la Pietà – quella in San Pietro, mentre con altre foto prende vita la Pietà Rondanini – aveva a disposizione solo tre ore, tra le 7 e le 11. Ha potuto fotografare senza il pubblico e il risultato è un lavoro che reputa tra i più belli. Amato come quello realizzato con Burri.

È il «suo» Michelangelo: davvero bello. Davvero una scoperta per il pubblico, che così finora non aveva visto le opere di Michelangelo. Come belle sono tutte le foto che compongono la mostra, capaci di offrire all’osservatore uno sguardo diverso su alcuni capolavori. Fa scoprire un lato insolito del Duomo di Milano, che svetta accanto a Palazzo Reale che ospita la mostra. Ugualmente fa conoscere il modo di lavorare di alcuni pittori del Novecento. Tante scoperte, che la mostra di Aurelio Amendola concede.

(Nella foto, Aurelio Amendola racconta davanti alla sua foto con protagonista Giuliano de’ Medici, scolpito da Michelangelo. Lo ha fotografato alle Cappelle Medicee, a Firenze, nel 2004)

Qui la recensione della mostra Aurelio Amendola a Milano a Palazzo Reale