Casa di Bambola regia Ivonne Capece produzione Elsinor foto di Marcella Foccardi

Casa di bambola secondo Ivonne Capece. Discutiamone oggi

«Si prega di non discutere di Casa di bambola»: la postilla era sugli inviti delle famiglie altolocate scandinave di allora. Il testo di Ibsen sembrava davvero troppo dirompente, tale da mettere in crisi le convenzioni (e convinzioni) borghesi del momento, con le donne pizzi, merletti, uncinetto, poche parole, molta ubbidienza; per gli uomini potere, onore, patria potestà, protezione delle donne, deboli per natura (secondo loro naturalmente). Nora chiudendosi la porta alle spalle rifiuta tutto questo. Non solo: dice che è possibile farlo e che la mentalità deve cambiare. Troppo sovversivo.

Oggi di Casa di bambola è tempo di discuterne, perché Ibsen individua delle situazioni che, pur con logiche differenze, sono ancora attuali. Le lascia emergere chiaramente, mentre racconta una vicenda fatta di debiti, prestiti chiesti da Nora in gran segreto a Krogstad per salvare il marito Torvald e successivo ricatto, perché lei, nella sua posizione, non è stata in grado di evitare il licenziamento di Krogstad da parte del marito.

La vicenda oggi non è così rilevante, ma lo è la reazione del marito di fronte a un sotterfugio di Nora. L’onore di Torvald traballa: inconcepibile, inaccettabile per lui.

Siamo all’interno di una famiglia. Ivonne Capece lo sottolinea mettendo al centro un albero di Natale tutto rosso. Portando in scena Casa di bambola al Teatro Fontana gioca molto su luci e colori: rossa è tutta la messinscena. In contrapposizione all’ambiente familiare, che dovrebbe essere rassicurante, l’atmosfera appare inquietante: quanto racconta Ibsen lo è. La messinscena lo sottolinea e concentra l’attenzione su pochi personaggi attraverso tre ottimi attori, Maria Laura Palmeri, Stefano Braschi, Massimo di Michele. E tre manichini, che evocano i figli di Nora e Torvald.

«Io ti perdono» dice Torvald. È già tutto successo: Nora se ne è andata, chiudendosi la porta alle spalle. È il suo «basta» diventato gesto tangibile: non è più disposta a vivere sotto tutela. Prima del padre, poi del marito. A provocare in lei questa presa di coscienza sono le reazioni del marito di fronte a un fatto che esaminato ora appare banale. Quel prestito che lei aveva chiesto per aiutare il marito diventa per lui una grave offesa. Lei non è riuscita a tenerlo nascosto: è una rivelazione che per lui è una offesa.

Nuove luci, suoni inquietanti, versi altrettanto inquietanti di uccelli: questa è la resa dei conti, dice Nora e lo ripeterà più volte.

Un salto indietro nel tempo, le luci cambiano: lei rientra a casa. È la vigilia di Natale: tanti pacchettini, tanti regali. Lui la chiama «scoiattolino, la mia spendacciona, la sprecona». Il tono è paternalistico. Le parole tradiscono una forma di patriarcato, che passa anche attraverso il modo di interpretare i fatti. Lei ha chiaro che non si capiscono. Lui si chiede che cosa dirà la gente e afferma  che nessun uomo sacrificherebbe il suo onore per la donna che ama.

È una messinscena che gioca sui colori: il rosso domina, i suoni e le luci sottolineano i diversi momenti. Suggeriscono anche una contrapposizione a paternalismo e patriarcato. Così in scena si vive la seduzione con momenti coreografati, che diventano passi di tango, ma è lei a volerlo. E anche la parità di diritti non prevede disparità di compiti: riguarda anche il cucire. Nora ne parla, Thorne indossa l’ampia gonna rossa di lei e cuce. E’ sogno, molto lontano dalla realtà dei tempi di Ibsen, quando una donna non aveva alcuna autonomia e i compiti erano attentamente divisi.

Molto naturalmente è cambiato in questi anni. Per alcuni diritti è un cambio recente, almeno nel nostro Paese: matrimonio riparatore e delitto d’onore sono stati aboliti solo nel 1981. Ma l’ambiente familiare anche oggi non è sempre così confortevole e il patriarcato affiora ancora oggi nella violenza contro le donne. Ed ecco quel rosso in scena che simboleggiando ricorda il troppo sangue dei nostri giorni. Se poi guardiamo oltre i confini europei la condizione delle donne non è molto lontana da quella di cui parla Ibsen: ci sono Paesi dove le donne non possono uscire di casa da sole e nemmeno possono mostrare i capelli, pena la vita. Ma gli anni sono i nostri, non quelli di Ibsen: 147 anni per molte/i sono passati invano.

(Nella foto di Marcella Foccardi, Maria Laura Palmeri in  Casa di bambola con la regia di Ivonne Capece)

Casa di bambola

da Henrik Ibsen

regia Ivonne Capece

traduzione e adattamento drammaturgico Mattia Favaro

con Stefano Braschi, Massimo di Michele, Maria Laura Palmeri

Scene e Costumi Micol Vighi; Sound designer Simone Arganini; Direzione Tecnica e disegno luci Rossano Siragusano; Assistente alla regia Sofia Sironi; realizzazione costumi Giorgia Piatta dell’Abbondio; Nadia Fiorio Responsabile di produzione

produzione Elsinor Centro di Produzione Teatrale

a Milano, Teatro Fontana, dal 9 al 14 giugno 2026. Tornerà nella stagione 2026-2027