Ettore Distasio e Francesco Leschiera in Il canto del cigno al Factory32

Con Il canto del cigno a Factory32 si parla di attori

Canta My Way: ottima interpretazione. Ma è l’ultima. Le luci si spengono: il teatro si svuota, gli applausi sono solo un ricordo. In Il canto del cigno, ora al Factory32, Ettore Distasio entra perfettamente nel ruolo dell’attore all’ultima replica. Si sente ormai senza sogni. Applausi e fiori sono solo ricordi. Quarant’anni di palcoscenico, l’ultima replica festeggiata con la bottiglia e addormentato in camerino. Quando si risveglia è sbronzo: ne è consapevole. Scende la scala a fatica.

In una scena buia e spoglia, con solo un microfono ad asta ben presto eliminato, si aggira con una torcia in mano, unico fascio di luce con cui sembra cercare quegli spettatori che fino a pochi minuti prima lo applaudivano. Ma è solo. Anche l’amore lo ha evitato. C’era stata una donna, ma gli aveva chiesto di lasciare il teatro. Sono passati gli anni, ma lui è sempre sulle scene. Almeno fino a questa sera.

Mentre confessa a se stesso di sentirsi vecchio e solo è interrotto dalla voce del suggeritore, che non si è semplicemente attardato in teatro: vive proprio lì. Lo chiama «maestro» e ancora una volta è pronto a dargli la battuta. Sono parole, ma sono anche spinte a guardare oltre quel fascio di luce della torcia.

Solo in scena Ettore Distasio è l’attore disilluso. La sua voce incontra la voce del suggeritore, Francesco Leschiera, invisibile al pubblico come nel teatro di una volta, ma pronto a porgergli ancora una volta la battuta, a ridestargli la fiducia nel teatro. E’ questa la sua casa, gli dice. In quel teatro che è la sua casa i ricordi si riaffacciano. Sono quei pezzi di teatro che erano stati accolti con forti applausi. I ricordi lontani diventano sempre più vivi, capaci di ridargli quel poco di fiducia nel teatro, a cui aveva dedicato tutta la vita. Apre una valigia, indossa una giacca e le parole gli tornano alla mente.

Il canto del cigno, breve atto unico di Čechov, consente al protagonista in scena una grande interpretazione. Questa di Ettore Distasio è davvero una grande interpretazione, tra angosce d’attore, in crisi causa ultima recita, e ricordi di brani tratti da precedenti spettacoli. Sono “Rumori”, “La Città degli Specchi”, “Antigone”, la riscrittura di Shakespeare con “Psychedelic Macbeth”, ma anche “Beyond Vanja”. Così, nell’adattamento del testo studiato da Antonello Antinolfi i brani recitati rievocano alcuni degli spettacoli di successo della Compagnia, ma sono anche il ricordo di quanto Čechov fa dire all’attore protagonista del suo Il canto del cigno.

Attraverso le parole del teatro il passato diventa ricordo. Non rimpianto e invece stimolo a non arrendersi, perché non è tutto finito: è solo l’inizio di qualcosa di nuovo. Un nuovo passo avanti.

Le parole si intervallano a un gesto abituale, quando con una moneta in mano – testa/croce – si affaccia il ricordo di Rosencrantz e Guildenstern sono morti: anche questo è metateatro. Come lo è Il Canto del cigno, dalla dimensione molto teatrale ben sostenuta dalla regia di Francesco Leschiera, con cui continua la presenza del Teatro del Simposio al Factory32, iniziata molte stagioni fa, grazie all’attenzione a testi di qualità e nuove proposte di Valentina Pescetto. E continua il rapporto con Čechov. La scorsa stagione la Compagnia aveva portato in scena Reparto n. 6, molto diverso rispetto alla pièce attuale. Sempre però l’accoglienza è con forti convinti applausi.

(Nella foto, Ettore Distasio e in primo piano Francesco Leschiera in Il canto del cigno)

Il canto del cigno

da Anton Čechov

elaborazione drammaturgica Antonello Antinolfi

con Ettore Distasio e Francesco Leschiera

regia Francesco Leschiera

produzione Teatro del Simposio

A Milano, Factory32 (via Watt 32), dal 20 al 22 febbraio 2026 (venerdì e sabato ore 19.30 – domenica ore 16.30)