Morte accidentale di un anarchico con Lodo Guenzi al Teatro Carcano nella foto di Laila Pozzo

Morte accidentale di un anarchico visto al Teatro Carcano

Qui le risate incrociano fatti storici traumatici. L’assurdo incontra la realtà, permettendo a chi guarda Morte accidentale di un anarchico al Teatro Carcano di chiedersi quando mai la verità si farà strada. Nella pièce di Dario Fo e Franca Rame soprattutto la strada percorsa è quella dell’assurdo, che giocando la chiave del grottesco meglio riesce a raccontare alcuni episodi traumatici per Milano e per tutto il nostro Paese. Fatti lontani oltre 50 anni, di cui forse i più giovani poco sanno.

Al centro è la bomba alla Banca nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana a Milano, nascosta e scoppiata il 12 dicembre 1969 facendo 17 morti e 88 feriti. Evocate in scena sono le successive indagini condotte alla Questura di Milano, tra depistaggi, colpevoli senza colpe e altra morte. È la morte di Giuseppe Pinelli, qui sempre nominato solo come anarchico ferroviere, accusato di essere responsabile della strage e alla fine precipitato da una finestra: suicidatosi o fatto suicidare? Oppure…?

Come per Pinelli, i nomi non vengono mai pronunciati: qualche allusione, Valpreda chiamato sempre solo «il ballerino», ma la Storia è comunque protagonista. Esce chiaramente, sia pure inframmezzata con battute di ogni genere, che suscitano il riso e a volte affondano nei giorni nostri. Altre battute hanno nascoste dei riferimenti al fatto, piuttosto rilevanti: da cogliere. Così tra le tante risate la storia prende vita. Insieme affiorano, presentate nella loro incongruenza, tutte le tesi allora sostenute.

Protagonista della pièce è Lodo Guenzi, istrionico come il suo personaggio. Dapprima è il matto dichiarato – una figura spesso presente nelle pièce di Dario Fo -, istrionico attore: il teschio da Amleto è lì a confermarlo. Lasciato solo trova i documenti su un anarchico precipitato da una finestra. Veloce travestimento e diventa un giudice deciso a indagare, fino ad apparire, nell’ultima parte, con un occhio bendato, perché allora si pensò che era meglio chiudere (almeno) un occhio.

Ugualmente nell’ultima parte arriva in scena il questore. Ha dei tratti che lo fanno sembrare Hitler: un’apparenza che tante battute non fanno altro che confermare. A cercare una verità che appare invece sfuggente, alla fine arriva in scena una giornalista. E’ lei che fa emergere tutte le contraddizioni e incongruenze della tesi ufficiale, a cui questore e commissario cercano di contrapporre risposte decisamente traballanti. Goffe, quasi quanto alcune situazioni che si intervallano, a base di occhio di vetro perduto e mano di legno. Le domande della giornalista si incrociano con l’ironia: è teatro, più sferzante di un documentario.

Il riso, qui come in altre pièce, è utilizzato da Dario Fo come una potente arma contro il potere, capace di svelare quanto la verità venga scientemente occultata. Si ride dunque di baffetti e occhio di vetro, mentre si coglie l’incongruenza delle tesi ufficiali. Ma la verità resta occultata, nonostante l’impegno dei giornalisti. Quella qui in scena richiama chiaramente Camilla Cederna, che a lungo si occupò del caso. In scena è sola, ma nella realtà, nel corso degli anni, altri giornalisti e opinione pubblica non hanno accettato passivamente la tesi ufficiale del suicidio. Ma la verità non è mai uscita incontrovertibile. La tesi più veloce, più semplice spesso tranquillizza.

La messinscena della commedia oggi evidenzia che molto è cambiato in questi oltre cinquant’anni, dal giorno del debutto, nel dicembre 1970, un anno dopo gli avvenimenti raccontati. Allora la messinscena di Morte accidentale di un anarchico era costata a Dario Fo oltre 40 processi. Ecco dunque la trasposizione dell’azione a New York, dove nel 1921 era avvenuto qualcosa di simile, con un anarchico emigrato italiano «precipitato» dalla finestra della Questura. Oggi non sembra più necessario. Almeno in Italia, perché in altri Paesi la verità, gli abusi di potere, impiccagioni comprese, sono accuratamente negate. In teatro invece appare come momento ironia quando si sente chiedere se c’è qualcuno della Digos in platea.

Qui l’ambientazione a Milano è evidente: gli accenti poco mentono. Su quella struttura metallica, che all’inizio ricorda una gabbia, presto si apre una finestra, che nella storia ha un rilievo fondamentale. Non appare molto facilmente raggiungibile e anche questo ha un rilievo. E fa freddo. A Milano quel dicembre fa freddo, come ricorda la canzone che apre la pièce, una delle tante scritte sul tema.

(Nella foto di Laila Pozzo una scena di Morte accidentale di un anarchico con il cast maschile riunito in Questura. Ma poi qui arriva la giornalista…)

Morte accidentale di un anarchico

di Dario Fo e Franca Rame

con Lodo Guenzi, Alessandro Federico, Matteo Gatta, Eleonora Giovanardi, Marco Ripoldi e Roberto Rustioni

regia Giorgio Gallione

produzione Pierfrancesco Pisani e Isabella Borettini

per Infinito e Argot Produzioni, Nidodiragno/CMC produzioni

coproduzione Teatro Carcano e Fondazione Sipario Toscana onlus – La città del Teatro e con la collaborazione di Argot Produzioni

Un ringraziamento speciale alla Fondazione Dario Fo e Franca Rame e al Teatro Sociale di Canzo

A Milano, Teatro Carcano, dal 17 al 22 febbraio 2026