Foto di Stefano Untertheiner realizzata alle Svalbard in mostra al Forte di Bard

Le Svalbard di Stefano Unterthiner al Forte di Bard

Erano il sogno di Stefano Unterthiner: «Sognavo di sentirmi a casa in quei luoghi. Viverci, non visitarli». Ora le Svalbard sono protagoniste della mostra Una finestra sull’Artico al Forte di Bard. Fino al 3 maggio 2026 è possibile vedere una sessantina di foto, selezione di un gran numero di immagini scattate da Stefano Unterthiner durante un anno, tra il 2019 e il 2020, vissuto in queste, che sono le terre abitate più a nord del pianeta. E dove poi è tornato altre quattro volte.

Con lui erano la moglie Stéphanie e i figli Bahia e Rémi. Loro hanno imparato il norvegese e andavano a scuola. Lui usciva con motoslitta e fucile, necessario in caso di incontro eccessivamente ravvicinato con un orso bianco aggressivo. E’ un carnivoro, costretto a cambiare alimentazione per mancanza di ghiaccio dove cacciare le foche, che gli garantivano il grasso per il letargo: ora il suo pasto sono le renne. Sono il soggetto di molte foto, scattate dopo aver tolto il terzo paio di guanti necessario per ripararsi dal freddo. Sono foto colte mentre gli animali si spostano, badano ai cuccioli, si minacciano. Mentre vivono. Anche mentre combattono tra di loro: le renne intrecciano i palchi, si spintonano, si feriscono per vincere la lotta alla conquista delle femmine.

Altri soggetti fotografati sono gli orsi: bianchi che si stagliano sui ghiacciai. Sono una famiglia oppure uno singolo colto isolato, in molte occasioni. Oppure sono le volpi bianche, gli uccelli che cercano dove nidificare o semplicemente il ghiacciaio che si mostra in tutto il suo bianco pieno di sfumature: «Immaginavo l’artico bianco, invece è pieno di colore» dice ora Stefano.

Attraverso le foto della mostra è come rivivere il viaggio di Stefano Unterthiner, da quando la luce della luna sola illumina l’inverno, per poi, a metà marzo, a -25°, cogliere la luce dorata che dipinge un paesaggio fiabesco. E’ un anno dal buio alla luce perenne per altri tre mesi e mezzo e di nuovo al buio. È un viaggio affascinante per l’osservatore catturato dalle immagini, tra sfumature di bianco, di colori imprevedibili, di animali colti mentre vivono. Fino all’ultima sala con il documentario video autoprodotto proiettato grazie al videoproiettore Epson, mentre si sente la musica Blue Word. È una musica triste perché in realtà quello che abbiamo visto è un lento evolversi sotto una drammatica influenza dei cambiamenti climatici. Da un lato un pannello con colori che vanno dal blu profondo al rosso fuoco mostra quanto è cambiata la temperatura media dal 1850 al 2024, alzandosi pericolosamente.

Gli abitanti delle Svalbard lo hanno capito, presto, quando hanno visto che le loro case non potevano più affondare le fondamenta nel permafrost. Per non rischiare di crollare ora devono affondare molto più in profondità. I ritratti sulla parete di sinistra hanno per soggetto i residenti di Longyearbyen, la città principale e più popolosa dell’arcipelago delle Svalbard, con i loro commenti legati alla situazione che stanno vivendo. Pernille Bronken Eidesen, Docente di botanica all’Università delle Svalbard dice «Nel 2015 una pioggia battente cadeva a Natale e in quel momento ho capito che l’annunciato cambiamento climatico non era qualcosa che sarebbe potuto accadere, ma era già qui».

Così la mostra racconta il bello delle Svalbard, ma insieme dice che tutto questo può andare perduto. «L’artico – spiega Sergio Costa, Generale dei Carabinieri Forestali – rappresenta un punto di osservazione ideale dei fenomeni climatici, un territorio che purtroppo si sta scaldando più rapidamente di un’altra regione del pianeta, con una drastica riduzione della copertura di ghiacci, soprattutto estivi, che provoca un repentino aumento di temperatura degli strati superficiali dell’oceano con gravi ripercussioni su tutto il pianeta».

Con le Svalbard anche il nostro mondo sta rischiando pericolosamente, ma sembra non accorgersi. Così il libro che accompagna la mostra si intitola “Un mondo diverso”, perché è quello a cui ambire per salvare l’artico e il pianeta.

Per realizzare questa mostra capace di affascinare, raccontare e alla fine allarmare era necessaria la collaborazione di Epson. Era necessaria la sua tecnologia per garantire una qualità della stampa capace di rispettare i colori e rendere il bianco reale, in tutte le sue sfumature. Dunque massima attenzione alla postproduzione per «tradurre con rigore la mia visione». Era importante che le foto nei dettagli «rispecchiassero fedelmente l’esperienza vissuta al momento dello scatto».

E’ la stessa attenzione che caratterizza il lavoro alla sua Little Wild Gallery, spazio fisso ugualmente al Forte di Bard. Qui sono le foto con cornice di legno antico in vendita, perché chi vuole possa portarsi a casa un pezzetto di Svalbard e possa guardarlo tutti i giorni preoccupandosi però per il futuro. Perché quel mondo di meraviglia come appare dalle foto – incantato, come appare a noi – non vada perduto. Perché le immagini esaltino la forza dei soggetti e la profondità dei paesaggi artici, Stefano Unterthiner ha scelto di utilizzare stampante, inchiostri e carte fotografiche Epson, come strumenti affidabili che garantiscono la massima qualità e durata nel tempo.

E’ una collaborazione che va oltre l’aspetto tecnologico e che prosegue dall’inaugurazione della Little Wild Gallery 15 anni fa. Tre anni dopo è il calendario “Equilibri naturali” che sancisce la condivisione di valori, con l’attenzione all’ambiente che guida anche Epson, a conferma della sua origine di azienda fondata tra le montagne, a Nagano, dove nel 1998 si sono svolte le Olimpiadi Invernali. Epson, ricorda, «investe da sempre nella riduzione dell’impatto ambientale della propria attività e dei propri prodotti, sviluppando soluzioni di stampa a bassi consumi energetici».

A fornire la cornice ideale a mostra e Gallery è il Forte di Bard all’ingresso della Valle d’Aosta. Napoleone aveva voluto che fosse raso al suolo. I Savoia lo avevano ricostruito mandando a sovrintendere alle operazioni il giovanissimo Camillo Benso conte di Cavour. Lui aveva vissuto questo incarico come una punizione, al punto da decidere di abbandonare la carriera militare a favore di quella politica. Completamente ristrutturato, ora è un polo culturale, che festeggerà i vent’anni di attività il 13 gennaio 2026.

In questi anni con la sua attività ha fatto da cornice a temi rilevanti come la valorizzazione della cultura del territorio e della Storia attraverso i musei permanenti. Insieme ospita mostre temporanee che valorizzano la montagna, la cultura, l’arte. La fotografia ha un ruolo rilevante, perché in grado di sottolineare l’importanza di proteggere l’ambiente. Così molti hanno scoperto il Forte di Bard attraverso le mostre, ma anche attraverso spettacoli di danza e concerti musicali. Sono attività estive che raccolgono per il 70% spettatori che vengono da oltre la Valle d’Aosta.

Ora fino al 3 maggio 2026 il pubblico potrà scoprire la mostra di Stefano Unterthiner e insieme il Forte di Bard che la ospita.

(Nella foto di Stefano Unterthiner realizzata alle Svalbard, il combattimento tra maschi di renna durante la stagione riproduttiva)