Avvolgente e coinvolgente: la bella musica di Puccini esalta la storia de La Bohème nella messinscena voluta dal regista Riccardo Grandini andata in scena a Milano all’EcoTeatro. L’attenzione si concentra sulla musica, sui personaggi e sull’albero stilizzato, che al centro fa da cardine a tutti i diversi momenti dell’opera. Ricorda l’Albero della vita di Klimt, simbolo anche di amore e questa, a cui la musica di Puccini dà vita, è una storia d’amore, di gelosia, ma anche di vita quotidiana, che il libretto indica negli anni 1830 a Parigi.
All’inizio è la vita bohémien che traspare, con i problemi del gruppo di amici, artisti spiantati tra il freddo di un camino senza legna e un padrone di casa che reclama l’affitto. Qui prende vita l’incontro e l’amore di Rodolfo e Mimì. Nell’opera diventa la famosa “Che gelida manina” di Rodolfo e il “Mi chiamano Mimì ma il mio nome è Lucia” della protagonista, che Oh Hansol con la sua bella voce fa vivere come momento pieno di dolcezza, incantevole, a cui il pubblico risponde con convinti applausi alla fine dell’aria.
Anche nei tre quadri successivi – la messa in scena rispetta la suddivisione dell’opera con i relativi intervalli – l’ambientazione è soprattutto da immaginare, evocata dalla musica che l’Opera Symphony Orchestra diretta dal Maestro Gianfranco Messina rende particolarmente viva, con momenti altamente lirici, sentimentali, vivaci, fino al tragico del finale. Nel secondo quadro basta la scritta Caffè Momus per indicare l’abituale ritrovo dei protagonisti, con una atmosfera che la musica piena di colore, con momenti di tromba, riesce a ricostruire, suggerendo la festosità nella strada, alla vigilia di Natale, come indica il libretto.
Qui vediamo in scena Musetta, che, con costume e interpretazione vocale, tratteggia il personaggio come pronta a civettare, ambiziosa, attenta alla eleganza. Un aspetto che la differenzia notevolmente da Mimì. Qui arrivano anche i bambini (Piccole Voci Verdi di Milano), ai quali è affidato il compito di lasciar immaginare tutta l’ampia umanità che contorna i protagonisti in quell’angolo di Parigi.
La musica cambia, dimentica i colori della strada, si vela di tristezza nel quarto quadro, con la morte di Mimì. Tutto il dramma contenuto nella storia è evocato dalla famosa aria “Sono andati? Fingevo di dormire / perché volli con te sola restare”, che diventa ricordi del primo incontro con l’accenno di “Mi chiamano Mimì /il perché non so…” e le parole di Rodolfo “Che gelida manina”, che lei sussurra.
Con La Bohème Puccini sceglie di raccontare momenti di vita quotidiana. Mette al centro una donna, come in quasi tutte le sue opere e dà vita al clima di Parigi, con artisti di poco successo che vivono da bohémien, ma potrebbero essere, pur con inevitabili differenze, giovani di oggi con sogni e non ancora realizzazioni. O giovani di New York – Aids invece che tisi – come aveva fatto Jonathan Larson con Rent, esattamente 100 anni dopo la prima de La Bohème. Così la messinscena scelta dal regista Riccardo Grandini toglie possibili datazioni alla storia, semplificando la scenografia. Mette invece al centro un elemento stilizzato, come l’Albero di Klimt, capolavoro ammirato ieri come oggi, che contribuisce a sottolineare l’aspetto oltre il tempo della storia. Come amata ieri e oggi è la musica di Puccini, a cui questo allestimento dà giustamente un forte rilievo.
Prodotta dall’Accademia di Alta Formazione Musicale Francesca Caccini con interpreti coreani, giapponesi, cinesi dimostra come l’opera italiana abbia superato ogni confine. Si studia in Italia e le voci sanno integrarsi cantando parole conosciute, capite, amate universalmente.
(Nella foto il regista Riccardo Grandini alle prove de La Bohème)
Qui la presentazione di La Bohème andata in scena all’EcoTeatro






